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sabato, 27 gennaio 2007

Peter Pan e Capitano Uncino: due personaggi antitetici o un un'unica realtà?

Molto spesso le fiabe, soprattutto quelle riviste dalla tradizione Disney, hanno una visione manicheista del mondo: il protagonista, personaggio estremamente buono, leale e corretto si scontra con il suo antagonista, il cattivo della situazione, privo di morale e quinta essenza della malvagità.
Rileggendo, tramite la lente d’ingrandimento della psicologia, una fiaba a me cara, quella di Peter Pan, l’eterno bambino, mi sono posta la seguente domanda: Peter Pan e Capitano Uncino sono personaggi così differenti tra loro tanto da essere identificati in due distinti personaggi o sono l’Anima di uno stessa persona? E ancora: può essere considerato Uncino la parte cattiva di Peter?
Secondo la mia lettura, Peter Pan, viene abbandonato, rifiutato dalla madre quando è ancora piccolo. Negando l’evento estremamente negativo che il bambino vive e di cui è cosciente, si crea un mondo tutto suo, l’Isola che non c’è, dove ogni preoccupazione e tristezza è allontanata dalla polvere di fata, da personaggi immaginari e fantastici (le sirene, i pirati….) e da desideri di onnipotenza, quali il saper volare.
Per dimostrare la sua estrema bontà, meccanismo di difesa contro il dato di fatto dell’abbandono materno (la mamma mi ha abbandonato ma non colpa mia perché io sono buono), Peter crea il suo antagonista, la sua Ombra, nel senso junghiano del temine, ovvero il nemico di sempre Capitan Uncino.
Due sono gli aspetti che uniscono questi due personaggi: il tempo e la ferita.
Sia Peter che Uncino sono nemici del tempo: il primo rifiuta di crescere e il secondo teme la morte, personificata dal Coccodrillo ma anche dal suo timore per gli orologi.
Proprio il coccodrillo, per opera di Peter, ha mutilato Uncino della sua mano sinistra, una ferita irreversibile così quanto la ferita che Peter si porta dietro, in seguito all’abbandono della madre che, come dice lui, l’ha dimenticato.
Dunque Peter, secondo questa mia lettura, vogliate rivoluzionaria, vogliate un po’ blasfema ma ad ogni modo una rivisitazione riflettuta della fiaba, scinde l’aspetto negativo di se e lo proietta nel personaggio di Uncino che altro non è che il lato negativo di Peter.


postato da: MorningDew alle ore 11:42 | link | commenti
categorie: cinema e psicanalisi
martedì, 02 gennaio 2007

La leggenda del re pescatore

Chi non ha desiderato essere come Jack Lucas (Jeff Bridge) una volta nella vita?! Bello, di successo e sicuro di se; un uomo che ha avuto tutto dalla vita: soldi, donne e fama, uno speaker di una nota radio di New York con uno spiccatto controllo della situazione, sottolineato dalla canzone  all'inizio del film "I've got the power" (Io ho il potere), che sta per scrivere un libro autobiografico all'apice della sua carriera.
Chi può fermare l'ego smisurato di Jack che nella sua trasmissione si rivolge da misantropo nei confronti delle persone che lo chiamano, fingendo una partecipazione empatica alla vita degli altri?
Ovviamente solo Jack può fermare se stesso: un suo commento negativo circa la clientela "yuppie" che frequenta un ristorante alla moda scatena la follia di un suo ascoltatore, uno psicopatico che, imbracciando un fucile, fa una strage nel locale.
Il narcisista Jack vede crollare tutto davanti ai suoi occhi e la sua ferita narcisistica lo porta a rifugiarsi a casa di Anne, proprietaria di un video noleggio. Jack rifiuta il contatto con le persone, si rifugia nell'alcool poichè si sente in colpa per ciò che è successo.
Trasandato e ubriaco si aggira per le strade dove incontra un bambino che gli dona (gesto altruista fine a se stesso, gesto sconosciuto a Jack) un Pinocchio di legno, personaggio del romanzo di formazione di Collodi, che come Jack, prima di diventare un bambino-uomo vero, deve affrontare molte difficoltà. Nel film ci sono due frasi che fanno riferimento al romanzo: "...si, e Pinocchio è una storia vera...", "C'è nessuno qui che si chiama Lucignolo?"
Per espiare il senso di colpa (I tentativo) Jack tenta il suicidio ma viene fermato da due teppisti che tentano di dargli fuoco.
Entra in scena il suo salvatore Parry, un ex professore di storia medievale, che ha trasformato nella sua follia New York in un luogo incantato con gnomi, cavalieri e principesse (sue convinzioni ossessive e allucinazioni uditive). Egli è convinto che in un palazzetto del centro, la copia hollywoodiana di un maniero medievale, sia custodito il Santo Graal, che è in realtà una coppa sportiva vinta dal proprietario, il magnate Lennock Charmichael, in un lontano giorno di Natale.
Parry, uomo dalla visione manicheista del mondo, vede in Jack l'eletto, colui che potrà finalmente conquistare il Graal (simbolo del Bene) e sconfiggere il Cavaliere Rosso (simbolo del Male), sua allucinazione e allo steso tempo proiezione di un trauma passato che Perry ha rimosso e scisso dalla sua vita attuale da cavaliere-clochard.
Jack infatti scopre con angoscia che Parry ha perso la moglie nella tragica sparatoria da lui involontariamente provocata, ed è stato un anno senza parlare.
Si sente quindi in dovere di fare qualcosa per Parry, prima dandogli del denaro (II tentativo di espiare la colpa), poi aiutandolo nella conquista di Lydia (III tentativo di espiazione), una scialba, evitante e impacciata impiegata.
Con l'aiuto di Anne, Lucas combina un incontro ed una cena tra i due, che, dopo l'iniziale impaccio, si intendono a meraviglia. Ma il ricordo della moglie trucidata precipita Parry in una crisi gravissima (prima della crisi si vede il volto di Perry attraverso una vetrage che sembra sdoppiarsi, quasi a sottolineare la coesistenza della sua realtà presente e il ricordo del passato che riemerge nuovamente): per sfuggire all'immaginario Cavaliere Rosso che lo bracca, incappa in due teppisti che lo pestano a morte. Finisce per essere ricoverato nello stesso istituto che ebbe cura di lui dopo la prima tragedia, dove giace in coma.
Jack finalmente promette in modo disinteressato al catatonico Parry che ruberà il Graal, anche se la considera una pazzia, lo farà solo per lui (primo vero gesto altruista di Jack). Scala le mura del palazzo, penetra nella biblioteca, ruba la coppa e si accorge che Carmichael siede come fulminato sulla poltrona. Fuggendo attiva l'allarme, e questo salverà la vita all'uomo, che aveva invece tentato il suicidio con i sonniferi. Mettendo tra le mani dell'amico in coma la coppa, Jack si assopisce. Improvvisamente Parry si risveglia, e quando Lydia giunge per la consueta visita ha la gioia di abbracciarlo, guarito e pronto ad iniziare una nuova esistenza, mentre Jack tornerà da Anne.
Il film si conclude con i due uomini, entrambi diversi e migliori in seguito al loro incontro, nudi in Central Park, scena-dèja vu a metà film quando però è solo Parry ad essere nudo e racconta a Jack la leggenda del re pescatore.
Jack era come il re della leggenda: accecato dal potere, si sentiva onnipotente, come un dio. Nel bosco una sera, tra le fiamme del fuoco il re vide il Graal: sicuro di se lo prese, si bruciò e il Grall scomparve (così come Jack si sente ferito dalla strage da lui inconsapevolmente provocata e il  Graal della notorietà scompare).
Da allora il re perse fiducia in se stesso e negli altri, era solo e non riusciva ad amare. Una sera a palazzo disse ad un giullare (Parry) che aveva sete e il giullare diede al re una coppa per dissetarsi che curò le sue ferite sulle mani e si trasformò nel Santo Graal.
"Come hai fatto a sapere che era il Santo Graal?" chiese il re.
Il giullare rispose: "Non lo sapevo. Sapevo solo che avevi sete".

postato da: MorningDew alle ore 09:50 | link | commenti (5)
categorie: cinema e psicanalisi
lunedì, 20 novembre 2006

Elling

Venerdì sera ho aggiunto un nuovo film nella mia collezione cinematografica che ho avuto il piacere di gustare presso l'Associazione "L'asino che vola" di Viareggio.
Il titolo è "Elling", pellicola norvegese del 2001 di Petter Naess. Una commedia molto graziosa e fresca con una bellissima fotografia. Il film affronta il tema del reinserimento nella società, dopo due anni trascorsi in un istituto psichiatrico, di due uomini: Elling, nevrotico, segnato dal lutto materno, che come amici ha ansia e capogiri e Kjell Bjarne, suo compagno di stanza, con la fissazione ossessiva per il cibo e le donne.
Aiutati nel loro percorso di reinserimento da un'assistente sociale, i due uomini devono dimostrare di essere autosufficienti nel loro nuovo appartamento di Oslo.
Il film è un crescendo di  comicità che si snoda parallelamente ai miglioramenti che i due amici fanno di giorno in giorno (dall'imparare a rispondere al telefono, al fare la spesa, dall'uscire di casa al parlare con sconosciuti).
Intimamente legati tra loro ed Elling in particolare al nuovo appartamento dal quale inizialmente si rifiuta di uscire (oggetto transazionale, stile coperta di Linus), nonostante le richieste dell'amico, i due uomini riusciranno attraverso i loro nuovi interessi a staccarsi dalle quatro mura in cui vivono e a trovare ciascuno i propri interessi: Elling nella poesia (diventerà "Il poeta dei crauti") e nell'amicizia di un altro uomo ("Ho fatto amicizia con un altro uomo senza l'aiuto del governo") e Kjell Bjarne nell'amore della loro vicina di casa, dalla quale avrà una bambina di cinque chili!
Pieni voti per questo film che ha il vantaggio di affrontare un tema molto importante con coraggio attraverso una sceneggiatura semplice, lineare, senza i tanti lustrini del cinema americano.

postato da: MorningDew alle ore 08:22 | link | commenti (3)
categorie: cinema e psicanalisi
lunedì, 13 novembre 2006

Dov'è finito Woody Allen?

Dopo aver visto Match Point (2005), l'ultimo film di Woody Allen non posso che domandarmi DoVe E' FiNiTo Il BuOn WoOdY AlLeN ? Ho visto abbastanza suoi film da poter dire che il mio amatissimo regista deve essersi proprio bevuto un frullato di amara erba di campo per essere diventato così cattivo e cinico,  per aver pensato ad una così impensabile e ingiusta fine del film.
Niente nevroticismi conclamati, niente fobie per il sesso, niente lettino da psicanalista tanto odiato, niente trasformismi e balbuzie, niente ebrei e rapporti complicati fino all'assurdo, niente humor alla sua maniera.
Niente di niente!
Beh, lo so, sono stata dura con te Woody, ti sei già messo le mani nei capelli a sentire le mie opinioni da critica cinematografica allo sbaraglio, corrucci le spalle e ti nascondi dietro le lenti dei tuoi occhiali giganteschi con quegli occhietti a cane bastonato! Rilassatri e non somatizzare come Zelig!
Se per un attimo ti ascolto sento la tua vocina balbuziente che inizia a giustificarsi con frasi del tipo "Ma vedi il mio psicanalista crede che per me sia meglio questo genere di film, meno impegnato, un pò più cinema hollywoodiano...ma che dico...a volte non so neanche io che cosa mi frulla per la testa...com'è complicata la vita, Silvia!"

E allora ti dico di fregartene del tuo psicanalista e di fare i film che hai sempre fatto con quell'incalzante ritmo di dialoghi e di nevroticismi, per dirla a modo tuo, "da far venire un'emicrania".
D'altronde sei fatto così, i personaggi dei tuoi film sono un pò il riflesso di te stesso così confuso anche nell'aspetto, così ecclettico e scettico di tutte le banalità che ci circondano e allora  coraggio manda a quel paese il tuo nuovo psicanalista, del resto "Tu non hai niente che non si possa curare con il proxac e una mazza da golf"(citazione da "Misterioso omicidio a Manhattan", Woody Allen).



postato da: MorningDew alle ore 16:27 | link | commenti (1)
categorie: cinema e psicanalisi
lunedì, 23 ottobre 2006

Non negli astri è il fato ma in noi stessi

Io ti salverò (1945), si presenta come un film manifesto della psicanalisi, negli anni in cui il cinema americano poneva la psichiatria ancora sotto una luce positiva. Oltre ad includere il contributo di un consulente psichiatra (May E. Romm), i titoli di apertura del film terminano con una citazione di Shakespeare: Non negli astri è il fato ma in noi stessi…”. La citazione è seguita poi da queste parole: “Il presente film tratta della psicanalisi, il metodo con cui la scienza moderna cura i disturbi della psiche. Lo psichiatra cerca di indurre il paziente a parlargli delle sue più riposte e segrete emozioni, indaga e tenta di aprire la porta chiusa del suo subcosciente. Quando i complessi che disturbano la mente ammalata sono scoperti e interpretati, il paziente guarisce e i demoni della pazzia si dileguano per sempre”.
La pellicola di Hitchcock, di cui sono un’ appassionata ammiratrice fin dall’età di sei anni, quando vidi per la prima volta “La donna che visse due volte”, affronta due tematiche importanti del cinema e della psicanalisi: il controtransfert e il ruolo delle donne psicoterapeutiche.
Ingrid Bergman interpreta il ruolo della Dott.ssa Constance Peterson, terapeuta che lavora presso la clinica Villa verde. Sono soprattutto la sua professionalità e la sua dedizione al lavoro a risaltare nella prima parte del film: timida, fredda nei sentimenti, nasconde la propria bellezza dietro un lungo camice bianco, con sigaretta, occhiali e un’acconciatura poco attraente.
Quando entra in scena il personaggio interpretato da Gregory Peck, affetto da amnesie, la Dott.ssa Peterson si innamora di lui anche se questo le si presenta immediatamente un uomo tormentato. Ciò nonostante Costance cade tra le braccia dell’uomo: la sua metodologia psicoterapeutica lascia il posto al fiorire della sua femminilità e sensualità, suscitando non pochi dubbi nel Dott. Bruloff, l’analista con cui la Peterson ha fatto training, uomo di esperienza contrapposto all’istinto femminile di Costance.
Sospettato di omicidio, il personaggio di Gregory Peck non riesce a ricordare se ha veramente ucciso il Dott. Edwardes, il nuovo direttore della clinica Villa verde di cui ha assunto l’identità.
Costance è certa che il suo innamorato non abbia ucciso e il suo istinto si rivela corretto: salva Gregory Peck in una duplice chiave ovvero guarendo, tramite un’ insolito e unico processo catartico i problemi psicologici, legati al senso di colpa, che affondano le radici nell' infanzia di Peck e risolve il crimine di cui era stato accusato smascherando
il vero colpevole dell’uccisione del Dott. Edwardes.
Il film si avvale anche del contributo di Salvator Dalì. Il breve montaggio di immagini che appare sullo schermo quando Gregory Peck racconta il suo sogno che rivelerà la realtà dei fatti è basato sulle opere di Dalì.
Io ti salverò è fondamentalmente un film basato sul doppio: doppio è il personaggio di Gregory Peck (Dott. Edwardes-se stesso), doppio è l’atteggiamento della Bergman (rigida professionista-donna innamorata), doppia è la promessa salvifica di quest’ultima (guarigione dalla malattia e risoluzione dell’omicidio), doppia la caratterizzazione Costance-Dott. Bruloff (istinto femminile-professionalità) nei confronti di Gregory Peck.

 

postato da: MorningDew alle ore 07:55 | link | commenti (3)
categorie: cinema e psicanalisi
giovedì, 12 ottobre 2006

Lynch tra surrealismo e onirico

Un film che sempre consiglio di vedere è il capolavoro onirico ed enigmatico di David Lynch "Mulholland Drive" (2001), noir d'eccellenza ambientato nei nostalgici anni '40, ricco di simboli che il registra cattura dal movimento pittorico del surrealismo, un intricato enigma tra realtà e allucinazione.
E' difficile (forse impossibile) trovare una chiave di lettura dopo una prima visione; dopo la prima volta che l'ho visto (non sono assolutamente
rimasta colpita dal film) mi sono detta "Non c'ho capito niente (perdonatemi la licenza toscana "c'ho"). E' anche difficile descriverlo senza ridurlo a semplificazioni che non renderebbero giustizia alla complessità del film costituito da una trama  apparentemente ben comprensibile ...è l'intreccio tra i fotogrammi della pellicola a lasciare un senso di palpabile disorientamento e smarrimento. Non è possibile comprendere il film rimanendo sul piano della realtà e della linearità, occorre calarsi nella mondo di Lynch e, in balia del suo genio, lasciarsi trasportare in un viaggio del tutto trasversale nella mente umana dei personaggi del film.
Se vi ho abbastanza incuriosito e dopo la prima visione siete rimasti scettici siete sulla buona strada per amare il film....di seguito il link che può darvi una spiegazione ragionevole dell'irrazionalità della mente umana. Credetimi rimarrete entusiasti...la realtà non è  sempre quallo che appare ai nostri occhi!
www.ilcineforum.it (in basso cliccate su "forum" e il primo film della lista è proprio questo).
E come Alfred Hictcock nella premessa dei suoi cortometraggi vi auguro buona visione!

postato da: MorningDew alle ore 07:52 | link | commenti (3)
categorie: cinema e psicanalisi