Molto spesso le fiabe, soprattutto quelle riviste dalla tradizione Disney, hanno una visione manicheista del mondo: il protagonista, personaggio estremamente buono, leale e corretto si scontra con il suo antagonista, il cattivo della situazione, privo di morale e quinta essenza della malvagità.
Rileggendo, tramite la lente d’ingrandimento della psicologia, una fiaba a me cara, quella di Peter Pan, l’eterno bambino, mi sono posta la seguente domanda: Peter Pan e Capitano Uncino sono personaggi così differenti tra loro tanto da essere identificati in due distinti personaggi o sono l’Anima di uno stessa persona? E ancora: può essere considerato Uncino la parte cattiva di Peter?
Secondo la mia lettura, Peter Pan, viene abbandonato, rifiutato dalla madre quando è ancora piccolo. Negando l’evento estremamente negativo che il bambino vive e di cui è cosciente, si crea un mondo tutto suo, l’Isola che non c’è, dove ogni preoccupazione e tristezza è allontanata dalla polvere di fata, da personaggi immaginari e fantastici (le sirene, i pirati….) e da desideri di onnipotenza, quali il saper volare.
Per dimostrare la sua estrema bontà, meccanismo di difesa contro il dato di fatto dell’abbandono materno (la mamma mi ha abbandonato ma non colpa mia perché io sono buono), Peter crea il suo antagonista, la sua Ombra, nel senso junghiano del temine, ovvero il nemico di sempre Capitan Uncino.
Due sono gli aspetti che uniscono questi due personaggi: il tempo e la ferita.
Sia Peter che Uncino sono nemici del tempo: il primo rifiuta di crescere e il secondo teme la morte, personificata dal Coccodrillo ma anche dal suo timore per gli orologi.
Proprio il coccodrillo, per opera di Peter, ha mutilato Uncino della sua mano sinistra, una ferita irreversibile così quanto la ferita che Peter si porta dietro, in seguito all’abbandono della madre che, come dice lui, l’ha dimenticato.
Dunque Peter, secondo questa mia lettura, vogliate rivoluzionaria, vogliate un po’ blasfema ma ad ogni modo una rivisitazione riflettuta della fiaba, scinde l’aspetto negativo di se e lo proietta nel personaggio di Uncino che altro non è che il lato negativo di Peter.


Io ti salverò (1945), si presenta come un film manifesto della psicanalisi, negli anni in cui il cinema americano poneva la psichiatria ancora sotto una luce positiva. Oltre ad includere il contributo di un consulente psichiatra (May E. Romm), i titoli di apertura del film terminano con una citazione di Shakespeare: Non negli astri è il fato ma in noi stessi…”. La citazione è seguita poi da queste parole: “Il presente film tratta della psicanalisi, il metodo con cui la scienza moderna cura i disturbi della psiche. Lo psichiatra cerca di indurre il paziente a parlargli delle sue più riposte e segrete emozioni, indaga e tenta di aprire la porta chiusa del suo subcosciente. Quando i complessi che disturbano la mente ammalata sono scoperti e interpretati, il paziente guarisce e i demoni della pazzia si dileguano per sempre”.
La pellicola di Hitchcock, di cui sono un’ appassionata ammiratrice fin dall’età di sei anni, quando vidi per la prima volta “La donna che visse due volte”, affronta due tematiche importanti del cinema e della psicanalisi: il controtransfert e il ruolo delle donne psicoterapeutiche.
Ingrid Bergman interpreta il ruolo della Dott.ssa Constance Peterson, terapeuta che lavora presso la clinica Villa verde. Sono soprattutto la sua professionalità e la sua dedizione al lavoro a risaltare nella prima parte del film: timida, fredda nei sentimenti, nasconde la propria bellezza dietro un lungo camice bianco, con sigaretta, occhiali e un’acconciatura poco attraente.
Quando entra in scena il personaggio interpretato da Gregory Peck, affetto da amnesie, la Dott.ssa Peterson si innamora di lui anche se questo le si presenta immediatamente un uomo tormentato. Ciò nonostante Costance cade tra le braccia dell’uomo: la sua metodologia psicoterapeutica lascia il posto al fiorire della sua femminilità e sensualità, suscitando non pochi dubbi nel Dott. Bruloff, l’analista con cui la Peterson ha fatto training, uomo di esperienza contrapposto all’istinto femminile di Costance.
Sospettato di omicidio, il personaggio di Gregory Peck non riesce a ricordare se ha veramente ucciso il Dott. Edwardes, il nuovo direttore della clinica Villa verde di cui ha assunto l’identità.
Costance è certa che il suo innamorato non abbia ucciso e il suo istinto si rivela corretto: salva Gregory Peck in una duplice chiave ovvero guarendo, tramite un’ insolito e unico processo catartico i problemi psicologici, legati al senso di colpa, che affondano le radici nell' infanzia di Peck e risolve il crimine di cui era stato accusato smascherando il vero colpevole dell’uccisione del Dott. Edwardes.
Il film si avvale anche del contributo di Salvator Dalì. Il breve mo
ntaggio di immagini che appare sullo schermo quando Gregory Peck racconta il suo sogno che rivelerà la realtà dei fatti è basato sulle opere di Dalì.
Io ti salverò è fondamentalmente un film basato sul doppio: doppio è il personaggio di Gregory Peck (Dott. Edwardes-se stesso), doppio è l’atteggiamento della Bergman (rigida professionista-donna innamorata), doppia è la promessa salvifica di quest’ultima (guarigione dalla malattia e risoluzione dell’omicidio), doppia la caratterizzazione Costance-Dott. Bruloff (istinto femminile-professionalità) nei confronti di Gregory Peck.
rimasta colpita dal film) mi sono detta "Non c'ho capito niente (perdonatemi la licenza toscana "c'ho"). E' anche difficile descriverlo senza ridurlo a semplificazioni che non renderebbero giustizia alla complessità del film costituito da una trama apparentemente ben comprensibile ...è l'intreccio tra i fotogrammi della pellicola a lasciare un senso di palpabile disorientamento e smarrimento. Non è possibile comprendere il film rimanendo sul piano della realtà e della linearità, occorre calarsi nella mondo di Lynch e, in balia del suo genio, lasciarsi trasportare in un viaggio del tutto trasversale nella mente umana dei personaggi del film.