proprio in quel giorno, vedo al tg alcune immagini del film. Mi insospettisco (tra le altre cose mi stavo asciugando i capelli con il phone e quindi non sentivo il commento). Mah! Vado su internet e che trovo in prima pagina di Repubblica?! Lutto per il mondo del cinema per la perdita di Philippe Noiret (il personaggio che nel Postino interpreta Pablo Neruda).Nuda sei semplice come una delle tue mani,
liscia, terrestre, minima, rotonda, trasparente,
hai linee di luna, strade di mela,
nuda sei sottile come il grano nudo.
Nuda sei azzurra come la notte a Cuba,
hai rampicanti e stelle nei tuoi capelli,
nuda sei enorme e gialla
come l'estate in una chiesa d'oro.
Nuda sei piccola come una delle tue unghie,
curva, sottile, rosea finché nasce il giorno
e t'addentri nel sotterraneo del mondo.








Ci sono determinate situazioni in cui non vorresti mai, dico mai, trovarti ma che inevitabilmente accadono e mi sento di affermare con una certa sicurezza e plausibile spiegazione logica che ciò sia per una costante di magnetismo tra te e la sfiga. Qualche esempio? (ovviamente il riferimento a fatti e persone non è casuale)
Al distributore automatico di bevande quando, con il sudorino freddo sul collo speri che non sia proprio tu lo scemo di turno a cui gli si rovescia il bicchierino del caffè di fronte ad un auditorium di studenti in pausa che ti notano subito e ti bollano come “il cretino di turno che ha rovesciato il caffè”ma che empatizzano talmente tanto con la tua vergogna che la volta dopo, per ansia da prestazione, inevitabilmente succede anche a loro.
Al ristorante quando rispondi con educazione “altrettanto” a chi ti augura il “buon appetito” e in realtà colui a cui ai rivolto il tuo “altrettanto” è il cameriere che si sta facendo un culo tanto.
A quando, giri per negozi e specchiandoti casualmente in una vetrina ti rendi conto che la cerniera dei tuoi pantaloni è calata. Fai di tutto per non farti notare agendo con disinvoltura, magari fischiettando ma anche lì inevitabilmente vieni sgamato e bollato come maniaco.
A mensa universitaria quando stai per riporre diligentemente il tuo vassoio nella scannellatura del porta vassoi (ci siamo capiti spero, non so come si chiami in italiano), l’unica che ti sembra vuota e invece non lo è. Il vassoio che già occupava il suo posto al momento che inserisci il tuo scivola dalla parte opposta e cade per forza di gravità per terra, generando sul tuo volto quel classico imbarazzo da figura di m….pubblica.
All’interrogazione di storia dell’arte quando nel pieno della tua spiegazione sui sarcofagi egizi usi un’ espressione del tipo “Il defunto una volta che è morto….” Espressione scettica di chi ti ascolta. Ti giustifichi con te stesso dicendoti che è un rafforzativo per enfatizzare il concetto quello che hai usato, negando che hai dei problemi linguistici ad italiano.
Oppure all’interrogazione di biologia durante la quale spieghi con una certa disinvoltura e sicurezza che l’uomo erectus si chiamava così perché aveva una maggiore “erezione”.
?!?!?! Vorresti sprofondare. Ti capisco.
Sempre all’interrogazione di biologia (materia particolarmente stimolante per determinate figurette) in cui sempre con la solita disinvoltura che ti contraddistingue affermi che la temperatura corporea è di circa 36 gradi mentre nei testicoli (avresti voluto e dovuto dire è di tre gradi inferiore, approssimativamente 33 gradi) è -3 e il prof con la sua ironia esclama: “E che è! Ho le palle sotto ghiaccio!?”(questa gag è mia).
Alla tua prima lezione come docente all’università, in un’aula stracolma di studenti che ti stanno aspettando. Percorri tutto il corridoio centrale, tutti gli occhi sono su di te. Ce l’hai quasi fatta. Tra pochi secondi poserai il tuo sedere su quella sedia dietro la cattedra che definisce il limite fra te illustre docente e quella schiera di pezzenti studenti che ti stai lasciando alle spalle. Gli ultimi passi e…cosa?! Lo so che non te ne sei reso conto ma sei disteso per terra. Ehi si, sei inciampato come un cretino sulla tua pancetta generando una sindrome collettiva e convulsa di mal di pancia dalle risate.
Quando sei a teatro a vedere una pallosissima "Vita di Galileo" di Bertol Brecht e nell'intervallo vai da un ragazzo rasta seduto poche file dietro te che la tua amica ha notato. Ti fai portavoce dei sentimenti della tua amica e gli vai a chiedere il suo nome e "lui" ti risponde "Sandra"(anche questa è mia). Torni dalla tua amica mantenendo un certo contegno e poi scoppi a ridere.
Concludo con questa vignetta di Charlie Brown l'elenco di situazioni scomode e inevitabili ma altrettanto divertenti che la vita ti offre e che danno un sapore diverso ai tuoi giorni.

Charlie:"Sto aspettando S. Valentino"
Mafalda:"Buona fortuna allora"
Charlie:"Grazie"
Mafalda:"Ne hai bisogno!"
Charlie:"Non avresti dovuto dirlo!!"
Sono appena tornata da un corso di aggiornamento di psicologia della Ausl dove sto facendo tirocinio. Il tema affrontato oggi è stato la psicoterapia familiare. Uno dei contributi più interessanti è stato offerto da due giovani psicologhe che ci hanno presentato uno spezzzone del documentario "La storia del cammello che piange" a testimonianza della loro attività di terapia familiare parallela al lavoro di questa piccola comunità del deserto del Gobi di presa in carico di un essere che ha bisogno di aiuto.
Il film, ambientato nel deserto del Gobi, vede la nascita dei cuccioli di cammello e il rifiuto da parte della madre dell'ultimo piccolo perché albino.
Il lamento della madre, che ricorda un vero e proprio
pianto umano, e il suo rifiuto nei confronti del figlio, nonostante i numerosi tentativi degli allevatori verso una riconciliazione tra i due, sono veramente toccanti.
Sarà il potere taumaturgico della musica, attraverso un rito officiato da un violinista fatto venire appositamente dalla città più vicina a condurre alla pacificazione: il suono dello strumento e della voce riusciranno a far piangere la madre del piccolo cammello albino e ad accettarlo come figlio.
